Negli anni ’90 si parlava tanto e si era un po’ diffuso in Italia il telelavoro. Lavorare da casa, con i mezzi del neonato internet e della sua diffusione ancora agli inizi, per i lavori che lo permettevano, per tentare di ritornare a una dimensione del lavoro più casalinga. Meno da catena di montaggio anche negli uffici, per venire incontro alle esigenze famigliari che ognuno aveva, e che semmai si trascuravano.
Poi ci si è resi conto che il lavorare a casa, non diminuiva i ritmi lavorativi, ma anzi li aumentava, perché con la libertà dal cartellino, si finiva col non distinguere più il giorno dalla notte, quando si iniziava a lavorare non si smetteva più perché non si doveva tornare a casa.
Quindi si è tornato a rivalutare il lavorare fuori casa, per evitare di diventare tutti dei nerd attaccati al pc a casa, per condividere le esperienze con i colleghi, per diventare esseri sociali oltre che lavoratori. E adesso con la nuova frontiere del cowo, non si condividono gli spazi solo con i colleghi che fanno il tuo stesso lavoro, ma anche con persone che fanno semmai lavori completamente diversi dal tuo.
Il coworking, nato - come tutte le idee simpatiche oltre che forse anche utili - negli Stati Uniti, è un affittare una parte del proprio ufficio a persone esterne - liberi professionisti, free-lance – e che hanno bisogno solo del loro pc e della linea wireless che tu includi nell’affitto. Così uno semmai può cambiare l’ufficio, il paesaggio fuori dalla finestra ogni mese, o cambiare colleghi ogni mese. Un flirt in ogni ufficio, e quando la storia è finita, si cambia ufficio. 
Oltre alle battute su tutti gli equivoci e gli intrecci che si possono creare, l’idea nasce come condivisione tra lavoratori. L’ufficio guadagna qualcosina, (in tempi di crisi tutto fa brodo) e forse possono scaturire anche progetti in comune. Se sei un blogger, giornalista che lavora da casa, puoi così trovare maggiore concentrazione, sentirti parte di un gruppo, anche se i tuoi compagni di tavolo sono ingegneri aerospaziali o designer, imparare cose nuove su discipline che non sapevi neanche esistessero, andare a pranzo con persone che se ti parlano di lavoro, non è del tuo di lavoro!
Il cowo è utile se ti trovi per lavoro in una città diversa dalla tua, per un mese o un anno, invece di lavorare in albergo puoi integrarti meglio nella città ospite e sentirti meno lavoratore in viaggio.
I prezzi sono relativamente popolari: 200 euro al mese ca. (ma si può affittare anche solo un giorno, una settimana) per un posto a una scrivania, la rete e semmai anche l’usufrutto della stampante e del fax.
Come i mezzadri che prendevano in gestione un pezzo di terra dai grandi latifondisti; anche qui possiamo dire che funziona così, solo che non devi dare metà del tuo guadagno, del tuo raccolto - a chi ti fa coltivare la sua terra – a chi ti ospita ma solo un affitto regolare e forse potrai usufruire anche del caffè e del the, se c’è una cucina nel tuo cowo.
“Nata e cresciuta dal basso, pescata sui blog e diffusa grazie ai passaparola mi ha subito affascinato. Oggi viviamo in un paradosso: il digitale connette le persone ma scollega gli individui dalla comunità fisica. Il cowo è un antidoto all’isolamento digitale” Massimo Carraro di Monkey Business, capofila dell’idea in Italia, a Milano.
L’articolo che ne parlava sabato su D di Repubblica, lo presentava come una cosa che nasce con i nuovi lavori 2.0. In realtà oggi, tanti, quasi tutti i lavori, non solo quelli sulla rete, possono essere fatti con un buon pc portatile. Mantenendosi in rete in contatto con colleghi lontanissimi, bravissimi e semmai antipaticissimi senza doverli sopportare nello stesso ufficio.
Ora lo propongo anche al mio capo di fare un cowo, non di ladri (possibilmente) del nostro ufficio: offriamo un posto in mezzo alla natura, campo da golf di fronte, nessun problema di parcheggio, segretaria anche ottima cuoca, se non la fate arrabbiare…io un diplomatico dell’ India in trasferta come vicino di scrivania non lo disdegno, forse ragazzi, dividerei anche il mio portapenne con lui. 