“A volte ritornano”. Dopo due anni di silenzio si torna a parlare di un caso che a suo tempo aveva sollevato un polverone. Mercoledì, i pm di Milano Francesco Cajani e Alfredo Robledo, hanno disposto la citazione diretta a giudizio per i quattro ex dirigenti di Google (David Carl Drummond, George De los Reies, Peter Fleitcher, e Arvind Desikan) con l’accusa di diffamazione e mancato controllo sui dati personali di un video che era stato caricato sulla rete. Se nel 2006 era stata mossa l’accusa da parte dei genitori del ragazzo e dell’associazione Vividown, solo dopo due anni è stata fissata la data del processo: il 3 febbraio 2009. Il video in questione riguardava le violenze esercitate in una scuola torinese, da parte di alcuni ragazzi minorenni nei confronti di un loro compagno disabile. Il video era comparso in rete l’8 settembre 2006 ed è rimasto on line per un mese. L’accusa si è difesa sostenendo che non è possibile condividere la tesi secondo cui lo strumento è corresponsabile dell’utilizzo che ne viene fatto e, proprio per tale motivo, il procedimento dovrebbe riguardare, non tanto Google, quanto la natura di Internet: uno spazio libero, aperto e democratico, dove ciascuno può esprimere la propria opinione senza essere censurato.
 Ed è proprio su quest’ultima frase che vorrei fare una riflessione su quello che è oggi il mondo della rete, sull’utilizzo che ne viene fatto e su come spesso ci si ritrovi dinanzi a situazioni paradossali. Le mie reminescenze universitarie mi fanno venire in mente quando, studiando la sociologia della comunicazione, conobbi le teorie di Marshall McLuhan. Il sociologo statunitense affermava che il “ mezzo è il messaggio”. Teoria secondo la quale i media non possono essere studiati se non in relazione alla fruizione da parte del pubblico. Il mezzo di comunicazione, seppur in maniera indiretta, influisce sulla percezione da parte degli utenti. Questa teoria, confrontata con l’affermazione precedente, mi fa sorgere qualche dubbio su quelle che sono le basi sulle quali si fonda la difesa dei quattro dirigenti di Google. Perché ogni qualvolta ci si trova dinanzi a un problema si cerca sempre di ovviarlo facendo ricadere la colpa sul “sistema”? La rete porta con sé una serie di contraddizioni interne: si viene limitati nel caricare le proprie foto sui social network (perché violano quelle che sono le leggi del copyright) e poi se si va su Google Video o su YouTube si trova materiale pedo-pornografico, osceno o violento come se fosse la cosa più semplice di questo mondo. Si richiede la maggiore età per accedere a determinati siti o spazi privati e poi non si fanno controlli accurati per verificare se effettivamente chi vi accede ha dichiarato il vero. Chat, Msn, Facebook, MySpace, da luoghi di incontro per svago o divertimento divengono spazi “pericolosi” dove si fanno incontri poco piacevoli e ,dove mettere una tua foto in costume sta a significare “ contattami che sono disponibile”. Il video del ragazzo torinese credo sia solo un pretesto per sollevare un problema più grande e che fino ad ora è stato più volte tralasciato. Se il controllo del materiale caricato venisse fatto a priori, non ci si troverebbe in situazioni poco piacevoli (come il caso torinese), dove si va a ledere la sensibilità sia delle persone coinvolte, sia di coloro che fruiscono di quei contenuti. Luisab Ecco una delle tante campagne contro il bullismo che si trovano in rete... |