Finito il suo lavoro, con le mani livide e la bocca secca, Jack chiuse la sua bottega e si incamminò verso il Temple Bar al centro di Dublino. Ripensava a quel ragazzino che aveva cercato di rubargli i soldi e il suo viso si indurì in una smorfia di rabbia. Aveva fame, e allora? “Che andasse a lavorare”, pensò. I suoi piedi si trascinarono fino al bancone, chiusi in scarpe vecchie e rotte che non si decideva a buttare. Non gli piaceva spendere soldi.Gli piaceva guardarli, e lo faceva tutte le sere contando le mille monete che possedeva, disponendole in ordine una sull’altra, in gruppi da dieci. I suoi occhi riuscivano a brillare solo con quel rituale .
Jack beveva la sua decima birra mentre guardava con indifferenza fuori dalla finestra. Gruppi di bambini si aggiravano indisturbati, felici di poter essere, solo per quella notte di Halloween, streghe, mostri, spiriti e vampiri, e pronunciare la fatidica frase: dolcetto o scherzetto?.“Che idiozia”, disse l’uomo tra i denti.
Poi si accorse che c’era vicino a lui qualcuno che lo fissava con un sorriso sarcastico. Quel volto, quelle sopracciglia, il mantello nero ed i capelli lucenti gli ricordavano qualcosa. Improvvisamente, Jack realizzò: era il Diavolo in persona.
Certamente avrebbe potuto aiutarlo. Stava per finire tutti i suoi soldi ma aveva ancora bisogno di bere. Allora gli fece un cenno con la testa, e gli propose uno scambio: la sua anima per una birra. Il diavolo annuì soddisfatto e si trasformò in una moneta da sei pence che saltò in un lampo nelle mani di Jack. Stava per darla al barista quando ci ripensò. Con un ghigno soddisfatto la infilò nel suo portamonete e ne prese un’altra, pagando l’ennesima birra. Era salvo. Nel portamonete aveva una croce d’argento che avrebbe impedito al diavolo di trasformarsi di nuovo. L’avrebbe implorato, supplicato di liberarlo, e lui avrebbe riscattato la sua anima per almeno 10 anni.
E così fu. Nulla cambiò in quegli anni. Stesse monete, stesse birre. Finché il diavolo si presentò di nuovo a chiedere l’anima di Jack che, sbuffando, acconsentì, a patto di avere un ultimo desiderio. “Una mela, da quell’albero laggiù. Me la prenderesti, gentilmente?”
Il diavolo non ci trovò nulla di strano e si arrampicò in fretta sull’albero. Subito Jack disegnò una croce sul tronco e ancora una volta riuscì ad ingannare il Diavolo. Per liberarlo, stavolta, gli fece promettere che non avrebbe reclamato la sua anima mai più.
Arrivò il giorno in cui Jack morì. Con le sue scarpe sdrucite bussò alla porta del Paradiso, ma un angelo gli spiegò con voce celestiale che quello non era il posto per lui, cominciando ad elencargli tutti i peccati che aveva commesso in vita. A Jack venne il mal di testa, dato che era morto ubriaco, e se ne andò via imprecando.
Dopo un lungo cammino, arrivò alla porta dell’inferno. Il diavolo lo guardò e gli disse: “Che sei venuto a fare? Mi hai fatto promettere di non prendere la tua anima, e sinceramente, non mi interessa più! Torna da dove sei venuto!”.
Non si vedeva a un palmo, il vento sibilava tra gli scheletri degli alberi che resistevano davanti all’ingresso infernale.
“Almeno fammi un po’ di luce!” implorò Jack. Il Diavolo, spazientito, gli lanciò dei carboni ardenti e Jack li mise dentro una zucca bucherellata, per ripararli dal vento ed evitare che si spegnessero.
Da allora Jack vaga nella notte in attesa del Giudizio Universale, con la sola compagnia di quella lanterna, simbolo delle anime dannate e icona della notte più oscura e magica dell’anno: Halloween.
(Ispirato e riadattato da una leggenda popolare)
ViolaVic