Che la
realtà virtuale incida sempre più nella vita reale, è fatto ormai noto. Ma che si potesse finire in
carcere per un delitto commesso in un role play, beh, questo sembrava davvero impossibile. Almeno fin quando ciò non è accaduto davvero.
Il fatto è successo in
Giappone, qualche giorno fa. Una coppia di ragazzi si incontra su
Maple Story, un gioco (o forse qualcosa in più a questo punto) stile
Second Life o
The Sims per intenderci. I due, o meglio, i loro
avatar, si
incontrano, si piacciono e dopo il “classico” periodo di convivenza si sposano. Un matrimonio duraturo che prevede anche rapporti sessuali, virtuali ovviamente. Ma proprio quando le cose sembrano andare per il meglio lui decide di troncare,
lasciando all’improvviso la sua ormai ex compagna.
Accade nella vita reale, figuriamoci in quella virtuale, viene da pensare. Eppure lei, evidentemente scossa dall’inaspettata mossa del compagno,
non riesce ad accettare l’abbandono e decide di “uccidere” l’avatar del compagno. Il “delitto” si consuma in pochi secondi: conoscendo password e username dell’ex marito la donna entra nel suo profilo e cancella l’account. Un gesto semplice ma non innocuo visto quello che gli costerà.
La denuncia dell’uomo, infatti, ha fatto scattare le manette, reali queste, per la donna che ora rischia fino 5 anni di carcere e 4000 mila euro di multa.
La storia sinceramente mi ha sconvolto parecchio e non solo per la possibile pena che la donna dovrà scontare. Quello che più mi ha sorpreso è stata la reazione dei due coniugi, entrambi estremamente risentiti per le reciproche ripicche.
Ma è possibile che la vita di un avatar abbia assunto tale rilevanza? E’ possibile che una relazione sviluppata in un gioco possa essere considerata alla stregua di un rapporto vero e proprio? A quanto pare sì e il successo di questi role-play, sia in termini di accessi che di ore trascorse da ogni singolo utente sul gioco, pare confermarlo. D’altronde
non è un caso che sempre più aziende pubblicizzino la loro attività su Second Life e simili sicuri in un ritorno economico sempre crescente. Da qui si spiega, a mio avviso, anche la pena che i legislatori giapponesi hanno previsto per questa tipologia di reati virtuali. Una presa di coscienza figlia della consapevolezza che relazioni nate nei role-play stanno diventando sempre più centrali anche nella vita reale.
Un’importanza che, probabilmente, sta superando quel limite di buon senso e, se vogliamo, di “normalità” che permette, o permetteva, di distinguere ciò che è vero da ciò che finto, ciò che fa parte della nostra vita vera da ciò che invece riguarda quella virtuale. Le due cose sembrano ormai ben amalgamate, con tutti i rischi che questa commistione può comportare. E allora,
attenti a come vi comportate, anche nel gioco. Qualcuno potrebbe un giorno suonare alla vostra porta per sbattervi in galera. E non è quella virtuale.