Romeo e Giulietta è forse l'opera letteraria di maggior successo della storia. L'autore della versione che ha travalicato i secoli e messo d'accordo generazioni di critici e pubblico è nientemeno che William Shakespeare, il bardo di Stratford Upon Avon vissuto tra il 1564 e il 1616... o chi per lui (sì perchè non proprio tutti sono concordi nell'attribuire le opere di Shakespeare a Shakespeare. Ma questo è un altro discorso).
Ma mentre oggi si fa a gara nel denigrare i libri (e i film da essi tratti) di Moccia, definendoli (giustamente) fotoromanzi di bassa lega, pieni di stupidi equivoci, sdolcinati e improbabili, superficiali e sciocchi, la tragedia scespiriana viene all'unanimità considerata un capolavoro assoluto. Eppure ci sono gli stessi ingredienti di superficialità, di improbabilità, di sdolcinatezza, gli stessi improbabili equivoci, gli stessi personaggi tagliati con l'accetta. A dire il vero il diarista Samuel Pepys intorno al 1660 dichiarò che Romeo e Giulietta di William Shakespeare (o chi per lui) era la tragedia più brutta che avesse mai visto. Ma è una voce fuori dal coro, che fu presto dimenticata. Tant'è che stiamo parlando dell'opera teatrale più rappresentata di sempre, che vanta il maggior numero di trasposizioni cinematografiche, opere musicali ad essa ispirate, e che è stata pubblicata da sola o assieme ad altre fatiche di Shakespeare (o chi per lui) migliaia di volte e in tutte le lingue del mondo.

Qualcuno potrà ribattere che, essendo stata scritta a cavallo tra la fine del XVI secolo e l'inizio di quello successivo, vanta il primato di quel genere letterario, essendo un po' la capostipite di quel tipo di storia. Ma nemmeno questo è vero: tragedie simili, di amori contrastati e che terminano in dramma si ritrovano nella letteratura dell'antica Grecia e in quella di Roma. Di più: i Capuleti e i Montecchi (le famiglie di Giulietta e Romeo) vengono citate da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia (scritta all'inizio del '300), e vengono ripresi più tardi in racconti e novelle che cominciano a raccontare la tragica storia d'amore tra i due giovani veronesi. E soprattutto un italiano, piuttosto sconosciuto ai giorni nostri, Matteo Bandello, pubblicò qualche decennio prima di Shakespeare (o chi per lui) la storia di Giulietta e Romeo, papale papale (come direbbe Banfi), alla quale il bardo di Stratford (o chi per lui) attinse a piene mani, anche perchè nel frattempo un certo Arthur Brooke l'aveva tradotta in inglese e messa in versi.
Se cade quindi il merito dell'originalità, che cosa resta? Quasi niente... una buona trasposizione in versi (per quanto oggi si possano giudicare versi liberi scritti in un inglese arcaico), qualche personaggio di sua invenzione (Mercuzio), una discreta strutturazione della vicenda e una pessima descrizione della Verona medievale, confusa a tratti con Venezia.
Come per ogni forma di comunicazione, consiglio quindi uno spirito critico nell'approcciarsi ad opere che, senza possibilità di discussione, ci vengono presentate come capolavori della storia dell'umanità, comprese quelle di William Shakespeare, il bardo di Stratford Upon Avon (o chi per lui)...