“Figlio unico di madre vedova, ho dovuto misurarmi per lunghi anni, da solo, (moglie e figlie si erano dileguate per istinto di sopravvivenza), con mia madre, personaggio di soverchiante personalità, circondato dal suo mondo. Pur se provato, ho conosciuto e amato la ricchezza, la vitalità e la potenza dell’universo dei “vecchi”. Ma ho anche visto la loro solitudine e vulnerabilità in un mondo che cammina a passo accelerato senza sapere dove va perché dimentica la sua storia, perde la continuità del tempo, teme la vecchiaia e la morte ignorando che nulla ha valore se non la qualità dei sentimenti.”
Così Gianni Di Gregorio spiega le sue vicende autobiografiche che sono state l’ispirazione per l’opera prima Pranzo di Ferragosto, prodotto da Matteo Garrone e RAI Cinema. Il film è stato acclamato da pubblico e critica allo scorso Festival di Venezia, ed il regista sessantenne, dopo essere stato nell’ombra del cinema che conta per tanti anni come sceneggiatore e aiuto regista, è uscito allo scoperto, regalandoci una pellicola di rara bellezza.
Quando sono andata al cinema non sapevo di cosa trattasse il film, ci sono andata solo per sfuggire ad una serata disastrosa aggravata da un umore pessimo. Per sprofondare nella poltrona rossa e farmi raccontare una storia.
Quella che ho visto è stata una vicenda ambientata nei giorni nostri, figlia del neorealismo, dove gli attori si chiamano col loro nome di battesimo e molti di questi non hanno mai recitato, dove la Roma deserta d’agosto si fa ancora più eterna e ci porta con lentezza tra le pittoresche vie di Trastevere, popolate solo da qualche turista e dai romani veraci. Dove il tempo si dilata a dismisura, quasi a voler assecondare i ritmi del misterioso mondo degli anziani, troppo spesso ignorati e abbandonati.
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La trama del film è semplicissima: Gianni (interpretato dallo stesso regista) è costretto ad accettare la proposta dell’amministratore di condominio che gli affida la madre per il giorno di ferragosto, dietro la promessa di vedere estinti tutti i suoi debiti. Peccato che l’amministratore porti anche la vecchia zia a stare da lui. E sono due ospiti scomodi, che sommate alla madre del dottore affidatagli in cambio di favori sanitari e alla mamma del protagonista, diventano quattro. Quattro signore con una personalità forte, ognuna con i suoi vizi, capricci, abitudini, che si ritrovano a tavola a parlare e a gustare i manicaretti che Gianni cucina per loro.
Il film è privo di qualunque virtuosismo registico, la macchina da presa si limita a registrare i dialoghi ed a seguire i protagonisti nell’arco di due giorni, senza la pretesa di giudicare e dando vita a parecchie riflessioni interessanti.
I personaggi femminili, veri protagonisti del film, sono descritti con una forza e una verità incredibili attraverso i dialoghi e gli ambienti. La casa in cui si svolge la vicenda, altra protagonista del film, porta dentro di sé i segni di una ricchezza ormai decaduta, che la mamma di Gianni, Valeria, si sforza in tutti i modi di conservare con i suoi vestiti eleganti, i capelli sempre a posto, un trucco eccessivo e le buone maniere affettate. Coloro che entrano in questa dimora troppo buia e ne sconvolgono l’equilibrio sono la timida e dolce Grazia, la mamma del dottore, la verace e quasi ninfomane Marina e la surreale zia Maria.
Il film è lontano, a mio avviso, dall’essere buonista, critica che alcuni hanno rivolto alla pellicola. E’ il denaro che muove la disponibilità e l’ospitalità di Gianni, che compra il vino con cui egli cerca di affogare a tratti la sua solitudine, che lo convince a far restare a casa anche zia Maria, che compra il cibo che lui cucina per le vecchiette. Non lo fa per amore, ma per necessità. Anche se mantiene sempre le sue buone maniere borghesi, anche nelle situazioni più scomode.
C’è una cinica amarezza di fondo in questa storia dai toni delicati e genuini, ed è la consapevolezza che in quest’Italia bisogna sempre arrangiarsi in qualche modo, conquistarsi i favori di qualcuno, cedere a piccoli ricatti, piegarsi alla necessità dei soldi.
Coloro che ne escono illese sono queste fantastiche vecchiette, ormai lontane dai diktat della società, che vivono isolate nei propri ricordi e abbandonate dai figli.
Superate le resistenze iniziali, esse riescono ad incontrarsi intorno alla tavola imbandita, luogo conviviale per eccellenza, condividendo civetterie, esperienze di vita e risate. Anche se per prolungare questo stato di grazia sono costrette ad allungare trecento euro ad un imbarazzato ma allettato Gianni, che si affretta a preparare la cena per la sera.
ViolaVic