Il videoclip è in grado di attuare una singolare sinestesia: l’atto di guardare con le orecchie e ascoltare con gli occhi. In questo divertente scambio di ruoli tra i nostri sensi, salta fuori una questione interessante: che fine fanno le parole della canzone? Si confondono nelle immagini, sono descritte dalle immagini o se ne distaccano totalmente? Pescando nella mia nutrita collezione di videocassette-feticcio mi sono imbattuta in due video interessanti che si collocano agli antipodi di questa questione. Il primo è Discolabirinto dei Subsonica feat. Bluvertigo, girato da Luca Pastore nel 2000. Una signorina in tuta bianca da astronauta si rivolge allo spettatore attraverso il linguaggio dei sordomuti, comunicandogli che sta per assistere ad un innovativo esperimento chiamato “ZEROVOLUME”. L’intento del progetto è quello di tradurre il suono in luce e movimento, e viene accuratamente spiegato il modo in cui ogni strumento musicale sia associato ad una luce o ad un gesto dei musicisti. Il testo della canzone è tradotto nel linguaggio dei sordomuti e le parole scorrono sullo schermo in sovrimpressione. Si vengono così a creare 2 livelli di comunicazione: quello visivo, fatto di luci, gesti e parole scritte, e quello uditivo, fatto dalla musica, dal testo della canzone e dalla voce off in inglese che spiega l’esperimento. La particolarità dell’esperimento, inoltre, sta nella differenza che c’è tra il testo pronunciato e quello sovraimpresso: se Samuel canta “vorrei una discoteca labirinto, bianca senza luci colorate, grande un centinaio di kilometri dalla quale non si possa uscire”, sullo schermo i nostri occhi leggono: “vorrei una discoteca senza suoni,solo vibrazioni colorate, con segnali elettrici e vocaboli, nella quale non si debba udire”. Il regista del video si diverte con tutte le possibilità espressive di cui dispone nella realizzazione di questo futuristico progetto sonoro/visivo e si merita un posto d’onore nella storia del videoclip. Chi invece ha fatto del didascalico una poetica terrificante è nientepopodimenoche il Michelangelo Antonioni nazionale, che 24 anni fa girò il video di una delle prime hit di Gianna Nannini, Fotoromanza . Il video è l’esempio tipo di cosa non fare quando si vuole realizzare un clip di successo, e cioè prendere il testo della canzone e tradurlo letteralmente in immagini. E così, quando la voce roca della Nannini intona il famosissimo ritornello “questo amore è una camera a gas”, ecco apparire una porta con del fumo che ne fuoriesce, e quando urla: “è un palazzo che brucia in città” vediamo dei grattacieli in fiamme. Si parla di finte sul ring? Pronti due pugili sullo schermo che lottano. Viene nominata una fiamma che esplode nel cielo? Voilà un’esplosione che illumina lo schermo. E così via. L’unica immagine che ci viene risparmiata è la Nannini che degusta un gelato al noto gusto di veleno. Forse perché Antonioni non sapeva come rendere l’effetto del gusto attraverso le immagini. “E se poi qualcuno pensa che è nocciola?” avrà pensato. “Beh, magari questa scena la taglio”, avrà concluso. Utilizzando qualche effetto di videografica e il Chroma Key anni 80 in misura eccessiva, il regista simbolo dell’incomunicabilità realizza forse la sua peggiore opera. Dunque, il problema della visualizzazione del testo della canzone senza essere didascalici è di fondamentale importanza: come riuscire a servirsi del testo in modo simbolico e non letterale, creando una storia parallela e autonoma? Come suggerisce Simon Frith ne “Il Rock è finito”, il fatto di concentrarsi sul testo della canzone subordinerebbe il “cantante –come- divo” al “cantante- come- protagonista- testuale”, mentre l’obiettivo del clip dovrebbe essere quello di evidenziare il pieno controllo del divo, esaltandone l’immagine al di là di tutto. Questione a dir poco affascinante, non trovate? ViolaVic |